Si fa presto a dire gioia, tristezza, paura, rabbia. Nel corso della storia, gli esseri umani hanno dato molti nomi alle emozioni che provavano. Di conseguenza, in ogni parte del mondo si trovano parole che descrivono sfumature interiori riccamente diversificate, parole che raccontano molto sulla loro cultura di provenienza.

La storica culturale Tiffany Watt Smith ha svolto uno studio minuzioso sulle radici del modo di descrivere le emozioni. Il suo libro Atlante delle emozioni umane ne contiene ben centocinquantasei. Ad esempio, scopriamo che non tutte le paure sono uguali. I Pintupi, abitanti aborigeni dell’Australia, hanno identificato quindici emozioni diverse per indicare la paura.
In questo articolo vediamo le cinque emozioni più curiose provenienti da varie parti del globo, direttamente dal lavoro di Watt Smith.
MALU (Indonesia)
In Indonesia, sentirsi nervosi di fronte a una persona che stimiamo moltissimo si chiama malu. È un termine degli abitanti del villaggio di Dusun Baguk, dove malu indica la reazione appropriata davanti a qualcuno che occupa una posizione superiore alla nostra. Infatti, è considerato assolutamente naturale provare soggezione e sentirsi impacciati in sua presenza. Questa aspettativa sta alla base dell’armonia e dei rapporti sociali. Come spiega Tiffany Watt Smith, il malu “separa chi ispira rispetto e chi invece lo dà.”
HIRAETH (Galles)
Parola originaria del Galles, hiraeth esprime un “desiderio malinconico, velato d’apprensione, come se qualcosa stesse per andare perduto per sempre”. È un’emozione legata al richiamo della propria terra natia, che i gallesi svilupparono in particolare dopo la colonizzazione inglese e, più tardi, durante le ondate di emigrazione.
L’hiraeth si manifesta come un senso di incompletezza legato a un’immagine del passato, felice ma fragile. Nel rievocare questa immagine si provano sensazioni contrastanti: affetto, nostalgia, struggimento. Se si riesce a tornare nei luoghi amati, forse il vissuto non sarà più lo stesso di una volta, perché qualcosa è andato perduto per sempre.

SCHADENFREUDE (Germania)
Se c’è un’emozione che la Watt Smith ritiene ricorrente attraverso i secoli, è “quel brivido di gioia inattesa che proviamo quando veniamo a sapere della sciagura che ha colpito qualcun altro”. Il termine più calzante è schadenfreude, parola tedesca composta da schaden (danno) e freude (piacere). Forse ci sentiamo sollevati perché, a differenza di altri, noi ce la passiamo bene. In realtà, spesso, il godimento verso le sfortune altrui si scatena per l’invidia, la rivalità o il bisogno di distrazioni.
La schadenfreude, infatti, è il divertimento che proviamo quando vediamo qualcuno cadere e perdere la sua reputazione. Ci piace quando una star che sembrava perfetta viene arrestata. Così come godiamo quando un politico fa una brutta figura o un’influencer finisce in mezzo a una tempesta mediatica. Più questi soggetti sono in alto nella scala sociale, più siamo felici di trascinarli giù e dimenticare i nostri problemi quotidiani.
MEHAMEHA (Tahiti)
Mehameha è una parola dei nativi di Tahiti, che distinguono la paura in due sfumature: la prima è la ri’ari’a, che scatta quando ci si sente in pericolo in situazioni concrete. Interessante è il mehameha, che invece è la sensazione di essere in presenza di spiriti o altri fenomeni del mondo sovrannaturale. Sopraggiunge quando si è da soli e si cammina in aree isolate o al buio. Si ha l’inquietante sospetto di avere compagnia, e un fruscio è in grado di suscitare un’ondata di terrore. Non si tratta di un’emozione esclusiva di Tahiti. Si può manifestare ovunque, ad esempio, visitando un cimitero di notte o una casa abbandonata, tanto che i tour delle case infestate si basano proprio su questo tipo di paura.

IJIRASHI (Giappone)
Questa emozione consiste nel “restare colpiti e commossi nel vedere una persona che parte in svantaggio ma riesce a superare l’ostacolo, o a portare a termine un’impresa degna di elogi”. Non stupisce che la parola venga dal Giappone, la terra in cui impegno e dedizione sono considerati dei pilastri nella vita sociale, scolastica e lavorativa. L’ijirashi è alla base di tantissime storie mainstream che vogliono trasmettere speranza e buoni sentimenti: il protagonista viene deriso per i suoi sogni, ma gli ostacoli fanno emergere tutta la sua forza d’animo e, alla fine, gli sforzi portano a una grande vittoria.
L’Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith raccoglie la conoscenza dei popoli di tutto il mondo, che da sempre si interrogano su ciò che provano e su come le emozioni plasmino le loro relazioni con gli altri. Oggi, accedere a questa conoscenza è una ricchezza. È il bello della diversità: scoprire nuovi orizzonti di senso e sfumature dell’essere, perché possiamo sentirci vicini anche quando siamo lontani.
Quali di queste emozioni avete provato? Se desiderate scoprire altre cinque emozioni in un prossimo articolo, scrivetelo nei commenti.
BIBLIOGRAFIA:
Tiffany Watt Smith, Atlante delle emozioni umane. 156 emozioni che hai provato, che non sai di aver provato, che non proverai mai, Biblioteca Utet
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